parentese

PARENTESE, LA LINGUA FONDAMENTALE PER LO SVILUPPO LINGUISTIDO DEL BAMBINO

Chi non ha mai sentito quegli strani vocalizzi che la mamma o il papà rivolgono ai propri piccoli?: “Pa… pppa… Mammmmmmm… maaaa”, vocalizzi con con cui la mamma e il papà provano ad insegnare termini ai bambini di tenerissima età, una sorta di lingua “franca” che tutti i genitori, ma proprio tutti senza alcuna distinzione culturale o distanza geometrica, usano per comunicare con i loro bambini e insegnargli delle cose.

Questo è ciò che svela una ricerca relativamente recente effettuata da 40 scienziati in ben sei continenti, pubblicata sulla rivista “Nature Human Behavior”.

Dai risultati di questa ricerca è emerso che il modo in cui i genitori, o in generale le persone adulte, parlano ai più piccoli per comunicare, è una vera e propria lingua universale, da sempre chiamata “parentese”: una sorta di esperanto dei piccoli che accomuna tutto il mondo.

Con il concetto di “parentese” si intende infatti quell’insieme di vocalizzi, parole e termini, non propriamente di senso incompiuto, che utilizza parole del gergo comune, caratterizzate però dal prolungamento di certe vocali e l’accentuazione di alcuni suoni. Pensiamo ad esempio alla parola “pasta”: i genitori, mentre danno da mangiare ai piccoli, hanno spesso l’abitudine di allungare la vocale “a”, accentuandolo per agevolare l’apprendimento della parola al bambino: “paaaastaaa”.

Ma siamo certi che il parentese sia un semplice modo che utilizzano gli adulti per comunicare con i bambini? O questa bizzarra “lingua” può essere considerata quasi come uno straordinario metodo per facilitare l’apprendimento dei piccoli delle lingue straniere?

Vediamo insieme le risposte a queste domande.

 

Una lingua che accomuna i popoli di tutto il mondo

Nessuno dice ai genitori di parlare il parentese ai propri piccoli per svilupparne le capacità cognitive, forse perché la scoperta dei lati positivi di questa particolare “lingua” è avvenuta solo in tempi relativamente recenti. Ora sappiamo che il parentese, pur essendo un modo spontaneo e istintuale di comunicare, è tutt’altro che una modalità bizzarra per rivolgersi ai bambini.

Quegli strani vocalizzi con cui i genitori cercano di imprimere nella mente dei loro piccoli il significato di tutte le cose, può decisamente facilitare l’apprendimento linguistico,  così come rilevato da numerosi studiosi e ricercatori nel settore. Come lo hanno scoperto?

Un team composto da studiosi, con esperti appartenenti a prestigiose università straniere come Harvard e Yale, hanno cercato di studiare a fondo le implicazioni positive del parentese, e analizzando 1.615 registrazioni vocali realizzate da 410 adulti appartenenti a comunità molto diverse tra di loro (in particolare nomadi del deserto e popolazioni appartenenti a grandi città e villaggi remoti), hanno scoperto che nonostante questi parlino lingue totalmente differenti tra di loro, quando si rivolgono ai bambini in tenerissima età usano tutte lo stesso metodo, gli stessi termini espressi in parole cantilenate con vocali spezzate o prolungate.

Ciò significa che i genitori di tutto il mondo rivolgono ai piccoli delle parole “universali”, che in nulla si differenziano tra di loro, senza che nessuno abbia detto loro di farlo. Oggi sappiamo che parlare il parentese ai bambini in tenerissima età è addirittura consigliato, e questo per diverse ragioni.

Il tono con cui queste parole vengono rivolte ai bambini sono decisamente diverse rispetto a quelle del comune parlato tra di adulti: in genere questi versi e cantilene vengono pronunciati con tono stridulo, molto più alto rispetto al normale tono di voce che si usa nella comunicazione con gli adulti.

Ma non è una novità per gli studiosi: già da molto tempo questi immaginavano che esistesse una sorta di lingua universale, identica in tutto il mondo: un caratteristico linguaggio infantilizzato che permette di sviluppare persino le competenze dei piccoli. E non è così strano come potrebbe pensarsi, perché anche su questo punto sono state condotte ricerche importanti e i risultati sono stati incredibili: gli studiosi hanno dimostrato che i figli adulti dei genitori che, quando erano piccoli usavano di consueto il parentese, sono dotati di una maggiore propensione verso l’apprendimento delle lingue straniere e mostrano migliore capacità di comunicazione in generale.

I bambini cresciuti con il parentese, insomma, possiedono competenze linguistiche più accentuate rispetto ai ragazzi coetanei a cui i genitori hanno parlato poco o niente il parentese, una migliore parlantina e padronanza delle lingue, anche di quella madre.

‘Questo significa che questa strana lingua universale, bizzarra e apparentemente inutile, non rappresenta soltanto un modo per attirare l’attenzione dei piccoli e aiutarli nell’apprendimento delle cose semplici in tenerissima età: il parentese, viceversa, rappresenta un modo geniale per aiutare i bambini a sviluppare l’intelletto e imparare più facilmente, quando saranno grandi, le lingue straniere.

E non è tutto: uno studio recente ha messo in rilievo un altro dato positivo sul parentese: sembrerebbe che questo linguaggio, unitamente alle ninne nanne con cui i genitori cullano e cercano di addormentare i bambini, svolgendo persino una funzione “per-culturale”.

Cerchiamo di capirne di più.

 

Come si esprimono i psicologi sull’uso di questa lingua?

Questa bizzarra lingua ha attirato anche l’attenzione degli studiosi di psicologia, come Samule Mehr, psicologo e direttore del “The Music Lab presso gli Haskins Laboratories di Harvard”. Questo, insieme ad altri autorevoli ricercatori, ritiene che il parentese aiuti persino i piccoli a sopravvivere. Come?

Lo studioso ci dice che i bambini, soprattutto tenerissima età, non sono in grado di scampare ai pericoli e prestare attenzione per la sopravvivenza, per questo motivo quei bizzarri gorgoglii e allungamenti di vocali, li aiutano ad affrontare ciò che li circonda in modo migliore, dandogli una sorta di “motivo di sopravvivenza” e aiutandoli a far valere le proprie esigenze. Sembrerebbe dunque che il parentese abbia persino l’effetto di un “analgesico” per i più piccoli, che grazie a questa “lingua” riescono a comprendere meglio ciò che li circonda e “lottare” per la loro sopravvivenza.

Sentendo la mamma e il papà rivolgergli quei vocalizzi, i bambini, apprendono immediatamente una modalità facile di comunicazione, una comunicazione che li aiuta ad esprimersi e far capire con estrema facilità i propri bisogni agli adulti.

Questo facilità la loro sopravvivenza e crescita armonica: immaginiamo un bambino molto piccolo che dice alla sua mamma “aaaacquaaa”, oppure “paaappaaa”: sta manifestando la sua esigenza di bere e mangiare, cosa che non potrebbe fare se i genitori non gli avessero insegnato il parentese.

Va da se che, teoricamente, un bambino che non si è sentito rivolgere queste parole potrebbe non riuscire a manifestare facilmente le stesse esigenze, che in quel caso cercherebbe di comunicare con il pianto.

Quanto detto in relazione a una potenziale “maggiore capacità di sopravvivenza”, tuttavia, deve essere preso con le pinze, così come sostengono altri studiosi al riguardo.

I bambini cresciuti senza il parentese hanno minori capacità comunicative?

La risposta a questa domanda è “no”: non è possibile ritenere che le persone che da piccole non hanno sentito il parentese abbiano sviluppato una minore capacità cognitiva e di comunicazione.

La maggior parte degli studiosi concordano al riguardo: il parentese è indubbiamente utile per i bambini, perché li aiuta a comunicare e sviluppare in modo migliore le loro competenze linguistiche, intellettuali e cognitive, ma ciò ovviamente non significa che, in assoluto, i bambini che non sono stati cresciuti con il parentese siano cognitivamente meno funzionali.

Alcuni studiosi infatti, come il psicologo e direttore del “Baby Lab dell’Università di Princeton”, pongono l’accento sul fatto che in alcune culture non è molto presente la comunicazione con i bambini, ma pur essendo quasi totalmente inesistente il parentese queste non possono certamente ritenersi meno funzionali rispetto ad altre culture.

La certezza che questa lingua sia “universale” resta, e anche il fatto che aiuti a sviluppare una buona comunicazione nei piccoli, ma ciò ovviamente non si traduce in una inferiore capacità intellettiva delle persone che da piccole non si sono mai sentite rivolgere il parentese.

 

L’uso del parentese, in qualche modo, può avere effetti negativi sullo sviluppo della comunicazione da parte del bambino?

Alcuni genitori si pongono questa domanda: utilizzare quegli strani gorgoglii, quei prolungamenti di parole a dismisura può in qualche modo “alterare” la capacità di alcuni bambini di elaborare le parole corrette della lingua? La risposta è “no”: non c’è da preoccuparsi, né sull’accento né sull’eccessivo prolungamento delle parole tipico del parentese.

Va considerato che i bambini, piano piano con il tempo, anche sentendo parlare gli adulti tra di loro, sviluppano una capacità cognitiva tale da correggere parole e accenti sbagliati, nonchè i termini che vengono completamente alterati come il parentese.

Con il passare del tempo, i bambini che si sentono rivolgere il parentese capiscono che le parole pronunciate non sono corrette, anche attraverso la televisione e le canzoni, grazie alla loro capacità innata di correggere le cose.

 

L’uso del parentese come “lingua” per migliorare la capacità di comunicazione del bambino

Ma come si è giunti alla consapevolezza che il parentese facilita persino lo sviluppo dell’intelletto e l’apprendimento delle lingue straniere?

Per giungere a tale scoperta gli studiosi hanno messo a confronto gruppi diversi di famiglie: alcune che parlavano il parentese ai propri bambini e altri che non lo facevano.

Dai risultati è emerso che i bambini del primo gruppo di famiglie, ovvero quelli che in tenerissima età si sono sentiti rivolgere questa strana “lingua”, erano dotati di una capacità maggiore di comunicazione, con un conseguente miglioramento dell’intelletto.

Le persone che da piccole si sono sentite rivolgere il parentese sono capaci di apprendere più parole, e più facilmente, a partire dai primi quattordici mesi di vita. Adesso i genitori sono consapevoli che quegli strani vocalizzi: “paaappa”, aaaacquaaaa”, maaaammma, baaaaaacio”, rappresentano un modo intelligente per sviluppare l’intelletto dei loro figli: una motivazione in più per inventare parole su parole, semplicemente allungando le vocali e prolungando le parole a dismisura, senza regole precise

L’apprendimento passa infatti soltanto attraverso la comunicazione tra gli adulti e il bambino stesso, sia nei dialoghi a voce alta e scandita, sia nella lettura. Non esiste modo migliore, dunque, per favorire l’apprendimento dei più piccoli.